Il mondo visto da un'orecchie a punta

Third Star – facciamoci anche questo pianto!

B0058ILL2K.01.LZZZZZZZCi sono film che ami sin dalla prima scena, altri che apprezzi con lo svolgersi della trama, altri che invece sono deludenti… e poi ci sono i film con finale a sopresa. E non nel senso classico di una scena che non avresti mai pensato di vedere, ma di film che nel loro ultimo fotogramma, gettano su di te una valanga di emozioni e di sensazioni che in tutto il resto del film non avevi provato.
Così è stato Third Star. Sin dai primi minuti di girato, il film avverte lo spettatore che si tratterà di una storia drammatica, dato che è lo stesso protagonista a dire : “Oggi compio 29 anni, ma non arriverò a compierne 30”

James, malato terminale, vuole vivere fino in fondo il poco tempo che gli rimane. Decide così di partire per la costa est del Galles insieme a Miles, Davy e Bill, i suoi migliori amici. Ognuno di loro avrà quindi la possibilità di riflettere sulla propria esistenza. Miles deve accettare l’idea che l’amico stia morendo, Davy sente la necessità di essere vicino ai propri compagni nel momento del bisogno, mentre per Bill il viaggio diventa l’occasione per evadere da una quotidianità sempre più opprimente…

La trama è molto minimalista, ma in effetti è questo ciò che accade: è un viaggio compiuto da quattro amici, quattro anime talmente affiatate da riuscire a convivere col fatto che una di esse sta morendo, scherzandoci su. O almeno questo è ciò che sembra nella prima parte del film, in cui i quattro amici si danno a scherzi e baruffe degni degli adolescenti e ne ridono con semplicità, quasi come se volessero ritrovare la leggerezza degli anni precedenti.
Il tema del viaggio catartico, in cui il malato trova la forza di affrontare la sua morte imminente, non è una novità: avevo già affrontato una situazione simile in Sly, di Banana Yoshimoto, ma sapevo che questo genere di trama mi avrebbe lasciato qualcosa su cui riflettere. E infatti, mi sono ritrovata a pensare alla bellezza contenuta nella tragedia: a questo viaggio compiuto dagli amici di James, che pur di dargli questa gioia, costruiscono per lui un cart su cui potersi muovere per raggiungere Barafundle Bay, il suo luogo del cuore. Alla bellezza di un legame così profondo da trovare la forza di ridere e scherzare anche davanti al fatto che uno dei tuoi migliori amici sta per lasciarti. A quel legame così forte da non essere spezzato nemmeno dopo rivelazioni dure e parole amare, e che è talmente profondo, da portare James a chiedere ai suoi amici l’ultimo grande doloroso favore che loro avessero mai potuto concedergli.
Avevo intuito quasi subito quale fosse lo scopo del viaggio, ma quando viene esposto senza dubbi, ho pensato alla forza che ha dovuto avere il protagonista per chiedere quel favore e a quella ancora più grande dei suoi amici, nell’affrontare una richiesta simile.
E quando tutto si compie, sono rimasta oppressa e intristita e credevo che quello sarebbe stato il mio umore fino alla fine del film. Invece, c’è stato quel momento, quel singolo momento in cui la voce calda di Benedict ha detto l’ultima frase, quel momento finale che è stato devastante, che mi ha lasciato in lacrime e mi ha fatto continuare a piangere per ore. Ho letto recensioni negative di questo film e commenti più che entusiasti degli spettatori: sicuramente la trama non ha niente di originale, ma qualcuno una volta ha detto che l’originalità non sta nell’inventare nuove storie, quanto a raccontarne di vecchie in modo del tutto nuovo. In questo caso è bastato il fatto che sia un racconto di vita, un racconto realistico sulla sofferenza, sulla malattia e sul dolore che si prova sapendo che la tua vita sta per finire, e dello strazio che senti sapendo che chi ami sta per andarsene. Ma è anche un film sull’amicizia, sui legami profondi, su ciò che di bello la vita ti dà anche se poi ti costringe a dover dire addio a tutto ciò prima del tempo.
È assolutamente straziante sentire James dire “Non voglio morire, non mi sono mai sentito così vivo…”, è una sofferenza vedere Miles che ripercorre con l’amico, il dolore di aver perso suo padre per il cancro, è terribilmente doloroso rendersi conto della veridicità di ciò che James dice all’inizio del film: “La malattia è mia, ma la tragedia è tutta loro”.
La vita è davvero crudele, eppure a volte gli uomini riescono a trasformare la tragedia in un’occasione di intimo confronto, di comunione d’anime totale, di dolore condiviso e purificato dall’accettazione.
Questi tipi di film mi distruggono, ma la devastazione emotiva mi aiuta a far sì che questa storia resti dentro di me e mi lasci un messaggio, una sensazione, un dolore o un semplice pensiero sulla bellezza, la fugacità e la crudeltà insite nella nostra vita.
Inutile dire che Benedict nel ruolo di James è stato toccante, come sempre.
Ed è inutile dire che io sto ancora piangendo.

“So I raise a morphine toast to you all. Remember that you were loved by me and that you made my life a happy one. And there’s no tragedy in that.”

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